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ExxonMobil, Chevron e Occidental Petroleum aderiscono alla OGCI

Posted By Federico Cuppoloni on Set 28, 2018 in CSR, Featured, Innovazione, Sostenibilità


Dopo anni di pressioni da parte di investitori, associazioni ambientaliste e istituzioni, ExxonMobil ha finalmente deciso di dare ascolto alle istanze dei suoi stakeholder sulla lotta al cambiamento climatico. Insieme a Chevron e Occidental Petroleum, il colosso texano è ufficialmente entrato a far parte della Oil and Gas Climate Initiative (OGCI), un’organizzazione privata fondata nel 2014 che riunisce i CEO di alcune tra le più grandi aziende produttrici di idrocarburi.

Le dieci aziende fondatrici della OGCI sono Saudi Aramco (Arabia Saudita), CNPC (Cina), Royal Dutch Shell (Paesi Bassi), BP (Regno Unito), Total (Francia), Eni (Italia), Pemex (Messico), Petrobras (Brasile), Equinor (Norvegia) e Repsol (Spagna). Con la fuoriuscita di Reliance Petroleum (India) all’inizio del 2018, le aziende coinvolte nell’iniziativa sono attualmente tredici.

 

I CEO di alcune delle aziende della OGCI.

 

L’iniziativa e il contributo all’innovazione

L’obiettivo della OGCI, come annunciato dalla CEO Pratima Rangarajan, è la riduzione dell’impatto ambientale dell’industria degli idrocarburi, in linea con gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Nello specifico, la OGCI lavora su quattro aree di intervento:

  • la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio,
  • la riduzione delle emissioni di metano,
  • la riduzione delle emissioni da trasporti e
  • il miglioramento dell’efficienza energetica nell’industria.

Per favorire il raggiungimento di questi obiettivi, la OGCI investe in innovazione attraverso l’accelerazione di startup col potenziale di contribuire a uno dei quattro pilastri dell’organizzazione. A tal fine, nel novembre 2016 la OGCI ha lanciato Climate Investments, un fondo di un miliardo di dollari costituito dalle dieci aziende fondatrici con un investimento di 100 milioni di dollari ciascuna. A questo fondo si andranno a unire i 300 milioni di dollari delle tre aziende statunitensi entranti.

Sono cinque le startup incubate finora dalla OGCI. Inventys (Canada) mira alla riduzione del costo di cattura del carbonio attraverso una tecnologia di separazione a gas. Econic Technologies (Regno Unito) punta al riutilizzo dell’anidride carbonica per la produzione di polioli. Solidia Technologies (Stati Uniti) utilizza l’anidride carbonica per velocizzare l’indurimento del cemento e rendere più efficiente il suo utilizzo. Achates Power (Stati Uniti) produce motori a pistoni opposti a minore impatto ambientale. Infine, Clean Gas Project (Stati Uniti) lavora alla progettazione di una centrale elettrica a gas con cattura e stoccaggio del carbonio.

 

Impatto o pubblicità?

I CEO della OGCI si riuniranno durante la Climate Week di New York in programma questa settimana. Per molti attivisti, l’adesione dei tre colossi statunitensi non è che un’operazione di facciata per dare soddisfazione all’opinione pubblica. Tuttavia, la OGCI rappresenta ad oggi il 30% della produzione globale di petrolio e fornisce materia prima per il 20% dell’energia prodotta a livello mondiale. Il dialogo e lo scambio di best practice tra i protagonisti dell’iniziativa hanno il potenziale di generare un impatto considerevole sui processi dell’industria a livello mondiale.

In questa direzione, il CEO di ExxonMobil Darren Woods ha annunciato ulteriori investimenti in R&D: entro il 2020 saranno infatti drasticamente ridotte le emissioni di gas serra, tra le quali figurano quelle di gas metano (-15%), uno dei principali obiettivi della OGCI. L’inversione di tendenza rispetto alla gestione di Rex Tillerson, ex Segretario di Stato dell’amministrazione Trump, è indiscutibile. Tuttavia, il contributo annuale all’iniziativa (10 milioni di dollari per dieci anni) rappresenta solo lo 0,04% della CAPEX di ExxonMobil, stimata a 25 miliardi di dollari per il solo 2018.

A prescindere dal contributo economico al fondo della OGCI, l’ingresso delle tre compagnie statunitensi rappresenta un gesto simbolico di grande importanza per almeno tre motivi. Anzitutto, l’adesione rappresenta un riavvicinamento tra l’industria degli idrocarburi americana e quella europea, sovente in disaccordo sul tema del cambiamento climatico anche per le forti pressioni poste dall’Unione Europea.

In secondo luogo, il sostegno agli accordi di Parigi si pone in contrasto con la scelta statunitense di uscire dagli accordi stessi. Una crescente pressione dell’industria petrolifera domestica potrebbe ammorbidire la posizione di Donald Trump e portare a un compromesso per il reinserimento degli Stati Uniti nella concertazione sul tema.

Infine, una maggiore coesione tra le aziende del settore potrebbe favorire una politica di prezzi più equilibrata e meno dipendente da variabili geopolitiche e dagli interessi dell’OPEC.